Non così, Sinisa – di Andrea Penoni

Non così Sinisa, non così! Come una fucilata. In pieno petto. Quasi come uno dei tuoi calci di punizione. Qualcuno di quelli, ai tempi d’oro, fece male anche a noi. Oggi rimane solo la punizione. La più severa. Quella di non vederti più al posto di combattimento. Spontaneo, spigoloso, spesso molto più che ruvido. Nessuna ricerca di traiettorie ardite o arzigogolate. Diretto in porta. A gonfiare la rete. Puramente in linea con lo stile della persona.

Anni fa il tuo arrivo al Milan da allenatore fu condito da dubbi, incertezze, perplessità e tanti sospetti. La principale titubanza riguardava il fatto di non essere la persona giusta al posto giusto. Forse per quel trascorso nerazzurro e laziale alle spalle di cui non avevi alcuna intenzione di fare abiura. Forse per qualche parola non certo amichevole nei nostri confronti.

Vivevi senza il desiderio, il cruccio o la necessità di essere simpatico. Come tutte le persone schiette, oneste e lineari riuscisti a rompere subito il muro della diffidenza, come si addice a tutti quelli che guardano dritto ad un obiettivo senza stare a rimuginare sul latte versato. Se ripercorriamo a ritroso la storia, il derby più recente, e con il risultato più rotondo a nostro favore, fu il 3-0 del 31 gennaio 2016. Ed in panchina c’eri tu. Bastò quello a sciogliere gli ultimi reconditi dubbi. Non sei certo arrivato al Milan in una delle fasi più lucide e brillanti della gestione della società ed un pezzo di risalita da quel purgatorio ti appartiene.

Una autonomia ed un’indipendenza di pensiero che sapevi caricarti sulle spalle come nessun altro. Anche nelle affermazioni ed esternazioni più scomode alle nostre latitudini geografiche e politiche. Per te, figlio di mamma croata e papà serbo, a vivere ancora nel ricordo di una Jugoslavia che ha saputo fare convivere tante diverse sensibilità prima del più duro tra i conflitti. E pagavi la tua indipendenza di pensiero. Anche nel tuo ambiente professionale.

Vera o presunta che sia la notizia, ti ringrazio per avere esercitato ante litteram il tuo diritto alla disconnessione. Rivendicazione di una autonomia che appartiene agli uomini con la schiena dritta. Quanto bisogno ci sarebbe di persone così!! E lasciami credere che anche la strada che ci ha condotto oggi ad un tricolore sul petto, tra i meno programmati, ed attraverso un tragitto ed un cammino impervio, su un percorso un poco dissestato, lo hai compiuto insieme a noi. Hai trasmesso la giusta carica a Sansone ed anche a tutti i filistei, pardon i felsinei. Contro chi avrebbe rimandato ad libitum una partita considerata già vinta in partenza. Così vinta in partenza che ancora qualcuno vaticina la tripletta di tale Tavolino.

Ancora oggi non ho compreso le ragioni del tuo esonero nell’aprile del 2016. Ed il modo ancor mi offende direbbe un antico saggio. Rimangono nascoste nei reconditi segreti dello spogliatoio o nelle arcane stanze dei bottoni di chi prende le decisioni. Anche quelle più impopolari. A quei tempi partecipai romanticamente ad una raccolta firme per chiedere alla proprietà di tornare indietro rispetto ad un esonero spiegabile solo mediante dinamiche distorte e perverse. Sono certo che se fossi rimasto in panchina, sulla tua panchina, sulla nostra panchina, il ritorno in Europa sarebbe arrivato prima.

E forse sarebbe arrivata prima anche la necessità di fare i conti con una gestione societaria allegra e bizzarra. Non so a cosa possano servire delle scuse postume, ma da tifoso milanista, ti chiedo scusa per quell’esonero. Caro Sinisa, per quanto breve sia stata la tua storia nel Milan, non smetterò mai di ringraziarti di aver percorso un pezzo di strada con noi. Per dirla con il poeta “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”.

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